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Pensieri – Estate 2002

L’apparire dialoga armonicamente col disperdersi; vige una sana depurazione
ritmico-compositiva a favore di una “immobilità” intesa come esercizio interiore
avulso da dinamiche e tempi eteroimposti; arte e devozione non sono
separate; la fissità e l’attesa sono assai eloquenti e si nutrono di luce ed
ombra, opacità e trasparenza, in un trascorrere di superfici che si mostrano
liberando una e l’altra da impalpabili sovrapposizioni: la pittura trascende i
suoi stessi mezzi e diventa aria da respirare.
Il rigore del “mestiere” e l’ineluttabilità del talento vanno a sagomare contorni
di volti, di oggetti, di simboli, di presenze, dando peso e profondità a questo
stato di sospensione che non può appartenerci, ma del quale possiamo solo
compartecipare ed esserne rapiti.
Non domandiamoci dove, non domandiamoci a che ora, non domandiamoci
il perchè: locati di fronte all’atmosfera e alla sua pittura, viviamo simulacri,
anche noi, di un sussurrare garbato e devoto che maldestramente imita tutti
i non detti dell’universo.
La “pittura per le orecchie” parla un linguaggio che è perfetto, che si vuole
esso stesso perfetto; il codice è puro; la luce ne verbalizza i passaggi salienti.
La difficoltà sta nel mettersi in sintonia con la frequenza di codesto evento;
sono sì lasciate a noi le infinite possibilità d’errore, ma ci è concessa anche,
avvolta in un alito soprannaturale, quell’unica frequenza utile.

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