L’artista, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, non ha disdegnato, nel corso della sua crescita formativa, la sperimentazione con i linguaggi espressivi più diversi, non escluso l’informale e le performances.
L’approdo all’attuale dimensione pittorica, di natura sintetico-figurativa, lungi dal denotare insulsa piaggeria verso i crismi della pittura accademica, di cui viene comunque assimilato ed elaborato il dettato basilare, si spiega invece come volontà di trasmettere tramite l’immagine un contenuto umano che si rispecchia in valori universali.
Questo messaggio si comunica senza nessuna intermediazione al visitatore, perché trova in lui un’adesione intima non conculcata; non necessita, per legittimarsi, di etichette intellettualistiche pretenziose, che celano spesso, sotto l’altosonante manifesto programmatico, una misera vuotaggine di significato.
Se è vero, come sosteneva De Sanctis, che “la semplicità è la forma della vera bellezza”, queste opere non possono lasciare nello spettatore, grazie all’eleganza severa con cui forme e tinte vengono combinate, la sensazione di un mirabile equilibrio interno, all’apparenza immoto, in realtà ottenuto con grande sforzo.
L’ambizione dell’autore non è quella di fotografare l’attimo, in un’istantanea casuale che congela per sempre la cangiante mutevolezza di un paesaggio, un tratto di mare, un volto femminile.
Le soluzioni espressive vogliono di ogni soggetto trattato disvelare l’essenza immutabile ed eterna, quella geometria segreta che, grazie a percettibili accordi, crea l’armonia. E’ una bellezza che non ha bisogno di trovare eclatanti o di giochi virtuosistici per dichiararsi, né deve dire qualcosa di nuovo a tutti i costi.
Nuovo è ciò che è sempre stato. Gli esiti della ricerca sfociano perciò in una sintesi composta da pochi elementi essenziali:
la tavolozza è fatta al massimo di tre colori, combinati con sottile finezza ed impregnati di luce; i soggetti non variano mai: ritratti di donna, paesaggi marini, lembi di litorale disseminati di vestigia classiche, il tutto trattato con un rigore portato al limite estremo.
Le figure che popolano il quadro, emergono dalla bruma tenue del fondo, sembrano casuali: un busto antico, un muretto, un’ombra, uno stralcio di sole; in realtà esse rompono l’immobilità piatta dell’insieme, senza per questo costituire un fattore di contrasto o di dissonanza, al contrario animando il quadro di un improvviso palpito di vita e di significato.
La ricerca di un significato ultimo che vada oltre l’effimero è, in definitiva, sottesa a tutto il percorso artistico ed esistenziale di Alberto Montanari: egli la traduce in un’ansia religiosa tesa a riscattare e rivitalizzare i valori spirituali dell’uomo, ed in una pittura fatta di corrispondenze arcane ed eterne, di silenzi colmi di parole.

